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Carceri e sanità, binomio distante che ora si cerca di migliorare

di Dario La Rosa
22 gennaio 2010 13:30
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La vita dietro le sbarre: una forzatura per alcuni, una necessità per altri. Ma, che si sia favorevoli o no al sistema di espiazione delle pene, è certo che in Italia si è superato il limite, su tanti fronti.

Da Nord a Sud le prigioni scoppiano ed il numero di detenuti è ampiamente superiore al consentito. Ciò, inevitabilmente, comporta malessere da parte dei detenuti, costretti a vivere in spazi sempre più stretti, ma anche per gli agenti stressati da un carico di lavoro sempre più pesante.

 

Il dibattito diventa ancora più aspro se si pensa alle condizioni di salute dei detenuti, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca, ed anche delle guardie sempre più appesantite psicologicamente.

Secondo i dati pubblicati da Repubblica e riferiti al mese di dicembre del 2009 il totale dei detenuti era di quasi sessantaseimila. I suicidi, dal 2008 all'anno successivo, sono passati da 46 a 72 e le morti da 142 a 173.

Dati preoccupanti se si pensa che, adesso, sono le regioni a doversi occupare della salute dei detenuti attraverso il sistema sanitario nazionale e non più le carceri stesse come invece avveniva fino a qualche tempo fa.

 

Ciò significa tempi più lunghi per una visita, problemi logistici e tanto altro. Ed è proprio quel tanto altro che ha anche portato qualcuno ad ipotizzare un federalismo carcerario che libererebbe le carceri del Nord Italia a discapito di quelle del Mezzogiorno.

 

Adesso è però l'ora di una inchiesta parlamentare sulla garanzia del diritto alla salute dei detenuti, il suo promotore è Leoluca Orlando, presidente della Commissione parlamentare sugli errori sanitari.

"Agli inizi di febbraio - spiega Orlando - inizieranno le audizioni che ci consentiranno di avere un quadro sempre più chiaro della situazione. In questo momento è più che mai importante lavorare sul sistema carcerario sia per la salute ed i diritti dei detenuti che degli operatori degli istituti stessi. E' un lavoro che verrà fatto proprio in rispetto di chi le carceri le vive quotidianamente, dall'una o dall'altra parte".

 

E, se l'Italia soffre in ogni suo angolo di un sistema al collasso, in Sicilia alcuni aspetti sembrano aggravarsi rispetto al panorama nazionale.

"In Sicilia - prosegue Orlando - ci sono circa tremila detenuti in più del consentito (8.000 contro 5.000). In più l'isola ha strutture ormai vetuste e spesso nate con scopi ben diversi".

Dall'inchiesta si potrà saperne di più e Orlando stesso si espone circa la possibilità di proporre eventuali modifiche al sistema penitenziario e sanitario per migliorare le condizioni all'interno delle carceri.

© Riproduzione riservata
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Anonimo 22 gennaio 2010   14:26

vorrei dare un breve contributo all'analisi :

la medicina penitenziaria ormai e' entrata in tutta Italia nella sfera del Sistema Sanitario Nazionale: In Sicilia no.

Giacche' andrebbe recepita la norma nazionale o legiferato in maniera alternativa. Ma come al solito si nicchia, si attende, si stimpunia. la Legge aveva ed ha lo spirito di equiparare il dirittto alla salute dei detenutyi a quello degli altri cittadini con standard assistenziali (alti o bassi che siano) uguali a quelli degli altri cittadini.

Alla base ci sarebbe anche il controllo di qualita che verrebbe  legato non  alla situazione penitenziaria sensu strictu, bensi' a standard sanitari diversi.

Ovviamente il ritardo e' legato alla totale assenza di interesse per il corpo estraneo sociale rappresentato dai detenuti.

I garanti dei diritti dei detenuti non hanno evidentemente la contrattualita' per incidere su questa situazione e le valutazioni circa il beneficio attribuibile al cambio di gestione arriveranno come spesso accade in ritardo in Sicilia.

 

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