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Tv digitale/19 Tagli alle sovvenzioni verso l’editoria privata
Compromesso il pluralismo?

12 marzo 2010 18:43
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(Salpu) Il Governo, di recente, ha soppresso le provvidenze verso l'editoria e le emittenti private locali. Non si trattava di finanziamenti a pioggia ma di riduzioni tariffarie sui costi delle utenze telefoniche e di rimborsi sui costi delle utenze elettriche, dei collegamenti satellitari e dei canoni di abbonamento alle agenzie di stampa. Un provvedimento che corre in direzione opposta a quella indicata dal Presidente Napolitano nel suo messaggio alla Nazione di fine anno, dove consacrava l'importanza

del pluralismo dell'informazione quale pilastro della democrazia.

 

Le emittenti radiotelevisive locali reggono di fatto il pluralismo del Paese, senza di esse esisterebbe solo il duopolio Rai-Mediaset ed alcuni gruppi editoriali legati soprattutto al mondo della finanza. Le associazioni di categoria annunciano battaglia e protestano mettendo in onda decine di spot ogni giorno contro questo provvedimento. L'approvazione di questa norma, mette seriamente a rischio l'esistenza di molte realtà del settore - aziende che sopravvivevano proprio grazie al sistema dei contributi e delle facilitazioni statali - quindi rischia di vanificare i benefici che la TV digitale dovrebbe automaticamente apportare al sistema in fatto di pluralismo.

 

L'equazione era facile: TV digitale uguale TV con più canali, più canali uguale più voci, più voci uguale più pluralismo. Sulla reale moltiplicazione del numero dei canali, non ci sono dubbi! Ne abbiamo parlato nella seconda puntata di questo speciale. Bisognerà invece vedere se tutti questi nuovi soggetti, nazionali e regionali, avranno la forza di imporsi come voci autorevoli, indipendenti, libere e alternative. I

 

responsabili delle emittenti private sono molto scettici in proposito, anzi, temono che proprio l'aumento del numero dei concorrenti possa minare la loro affermazione, specie se dovessero venire meno le sovvenzioni pubbliche. Per Carmelo Carpentieri, di Video Mediterraneo, il fattore economico è alla base del pluralismo: “Fondamentali saranno i criteri di distribuzione dei contributi, se i contributi non verranno legati alla qualità, al servizio svolto per il territorio ed ai progetti di crescita, si correrà il rischio di avere l’inflazionismo anziché il pluralismo.

 

Le emittenti economicamente deboli saranno facile preda di gruppi politici e le TV politicizzate, si sa, servono il loro padrone e non il pubblico; quelle invece che crederanno di poter operare nell’ambito delle possibilità offerte dal mercato, purtroppo, lo troveranno già saturo. Per esempio, non serve partire dalla Sicilia con un’altra TV nazionale, perché oggi il mercato è già soddisfatto da quello che propongono le reti Rai e Mediaset.

 

I magnifici 6 si accaparrano il 95% del mercato pubblicitario, neanche La7 riesce a crescere, nonostante la qualità prodotta ... e non è che qualcuno l’abbia bloccata, assolutamente no! In realtà la gente si trova bene così e chi non ha ascolti, almeno l’otto o il dieci per cento di share, non prende pubblicità.” Renato Stramondo, direttore di Antenna Sicilia, ci invita a stare attenti: “La proliferazione di emittenti non genera pluralismo soltanto perché più soggetti faranno la stessa cosa. Quando la quantità dei soggetti è polverizzata, e la qualità del prodotto è deteriorata, non abbiamo fatto pluralismo. Se una pluralità di soggetti è svilita, perché qualitativamente scadente e povera di contenuti, non è una pluralità di riferimento, non è una informazione alternativa ed autorevole. Per intenderci, non è pluralista un sistema con tre mega soggetti e mille micro realtà incapaci di emergere sotto il profilo dell’autorevolezza; è molto più pluralista un sistema con sei soggetti tutti ugualmente autorevoli, con risorse paragonabili e quindi tutti capaci di fornire un’alternativa valida. Parallelamente, a livello regionale, riterrei più pluralista, un sistema televisivo che abbia, in ogni Regione, soltanto quel numero di emittenti che il mercato è in grado di sostenere.

 

Ad esempio, in Lombardia vi sono raccolte pubblicitarie dieci volte superiori che in Sicilia, ed hanno solo un terzo delle nostre emittenti, mi pare evidente che ciascuna, godendo di risorse adeguate, può meglio ambire a ricoprire un ruolo di primo piano nel panorama dell’offerta televisiva.” Perché mai, un operatore privato dovrebbe sforzarsi di contribuire al pluralismo del sistema? Potrebbe legittimamente mirare al massimo dei guadagni e trascurare gli argomenti che fanno meno cassetta! Queste le risposte dei nostri interlocutori: Carmelo Carpentieri: “Noi siamo pluralisti ed io sono un editore puro a differenza di altri miei colleghi e dalle TV politicizzate che stanno nascendo. Noi produciamo sul territorio almeno otto ore di programmazione giornaliera, non acquistiamo niente. I fatti del territorio sono per noi la materia prima che poi spendiamo per richiamare ascolti e quindi introiti commerciali.” Renato Stramondo: “Un’impresa radiotelevisiva privata non deve inseguire un guadagno, deve inseguire uno sviluppo, lo sviluppo è il guadagno vero. Anzi, il privato deve inseguire il guadagno solo in funzione dello sviluppo del mercato e dell’impresa. Guadagno e sviluppo sono due concetti diversi, perché un privato può produrre guadagno anche vendendo e uscendo dal settore quando ha ritenuto di aver guadagnato abbastanza; invece chi vuole fare questo lavoro, lo deve fare con la prospettiva della continuità e questo lo può solo fare se costruisce sviluppo del settore e del mercato sul quale insiste. Quindi non è vero che il privato locale produce solo in funzione della prospettiva del guadagno”.

 

L'aumento del numero dei canali è comunque percepito dagli utenti della Televisione come un fattore positivo ai fini del pluralismo, questi i pareri più diffusi:

 

- “Attualmente abbiamo solo due voci e mezza, e tutte filogovernative, se il numero delle voci aumenta sarà sicuramente meglio.”

 

- “Tutto dipenderà dai prodotti che verranno trasmessi. Se verranno moltiplicati gli attuali palinsesti non avremo un grande vantaggio in fatto di pluralismo. Bisogna creare programmi nuovi, utili alla collettività.”

 

- “Più che pluralista la televisione dovrebbe essere obiettiva. Col digitale avremo più canali, ma non serviranno a niente se poi appartengono tutti ad una stessa persona.”

 

- “Disporre di più voci sarà sicuramente meglio, speriamo che non ci mettano le mani i politici.” Verosimilmente, quindi, la tecnologia digitale offrirà al sistema radiotelevisivo notevoli possibilità di crescita in termini di pluralismo, ma questa crescita dipenderà soprattutto dagli equilibri che si stabiliranno fra gli operatori del settore e dai loro rapporti con il mondo politico, economico e sociale. Al pubblico spetterà un ruolo molto importante perché il pubblico possiede un’arma potente: il telecomando! E' tramite il telecomando, che ciascuno può costruirsi il palinsesto della propria televisione. L'ennesima!

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