Chi dici?
La domanda e’ spiazzante e retorica. Ti giunge quando non te l’aspetti e, se non sei di Palermo, stenti a comprendere ciò che il tuo interlocutore vuole lasciarti intendere, il messaggio che vuole lanciarti.
“Chi dici?” è un’espressione tipicamente palermitana. Fa parte del cifrario linguistico del teatro dell’assurdo che si recita in questa città.
E’ una
Il palermitano, dopo aver raccontato un proprio successo o qualcosa che gli reca piacere, o più semplicemente, è motivo del suo orgoglio, con quella domanda, “Chi dici?”, piuttosto che attendersi una risposta, esige il silenzio dell’interlocutore. Quest’ultimo è interdetto a replicare, a formulare osservazioni che mettano in dubbio le sue affermazioni, per quanto e tanto più siano clamorose, o che minimizzano la sua teatrale esposizione.
Guai perciò a rispondere al palermitano che ti chiede “Chi dici?”. Non sappiamo quali potrebbero essere le sue reazioni, in che misura quell’ orgoglio possa venire ferito.
Si è vinta una considerevole somma al gioco, si è fatto l’amore con una donna bellissima, si è gabbato il proprio capo con uno scherzo improbabile, si è riusciti in un’impresa assai ardua? Il palermitano mette da parte la sua proverbiale laconicità e ti spiattella tutto, per filo e per segno. Devi ascoltarlo: sta dando sfogo alla sua vanità. E, soprattutto, devi sapere, che finito il racconto – infiocchettato di particolari inverosimili, di vanterie gratuite -, ti fulminerà col suo sguardo entusiasta per chiederti, senza che tu possa contraddirlo, “Chi dici?”. Il tuo silenzio sarà il segnale – altro non attende - della tua approvazione, del riconoscimento della sua eccellenza.
Il “Chi dici?” palermitano è come il gesto, sempre più frequente negli stadi, del calciatore, che dopo aver segnato un goal, soprattutto se spettacolare, si dirige versa la curva dei tifosi della squadra avversaria, puntando l’indice sul naso: “silenzio!, vi ho beffati”. Una sfida dunque, un invito a tacere, a far sì che gli altri ammettano la propria prodezza.
Di questa espressione si abusa nel Palermitano. Vi si ricorre, con compiacimento misto a ironia, anche per sottolineare fatti minimali legati alla quotidianità. Come, per esempio, l’essersi gustati un bel piatto. Si sa quanto sia ricca, variegata ed esplosiva di calorie la cucina palermitana. E quanto i palermitani, tendenzialmente gaudenti, siano amanti della buona tavola a dispetto del colesterolo e dei trigliceridi.
Capita così che ti senti ripetere :”mi manciavi du piatti di pasta cu i sardi e stasira me mugghieri mi pripara i brocculi arriminati”. E subito dopo, prima che tu possa dire che ciò spiega “a panza di canigghia” dell’amico o le sue maleodoranti flatulenze, lui ti diffida, quasi abbia letto nel tuo pensiero o tema qualche rilievo, con un perentorio “Chi dici?”.
In realtà, per rendere in pieno il senso di questa espressione, non basta il semplice punto interrogativo: a essa si accompagnano tanti punti esclamativi. Quei punti esclamativi che abbondano nella parlata e nella mimica palermitana.
I siciliani in genere, forse ereditandoli dalle dominazioni musulmane e spagnole, hanno un’innata teatralità, il gusto per la recita fine a se stessa. E chissà quanto abbia influito su di essi l’opera dei pupi, uno spettacolo unico nel suo genere che ha appassionato e impressionato chi ha visitato la Sicilia.
Carlo Levi, ad esempio, nel suo “Le parole sono pietre” nota: “La sera si finisce all’Opera dei pupi…Sono marionette bellissime, grandi quasi come una persona, con bei visi, armature casellate, abiti e armi…Pesano da venticinque a trentacinque chili l’una e sono sostenute dall’alto e mosse da due aiutanti, due giovani che di giorno fanno gli agrumari e la sera lavorano ai pupi per trecento lire. Li sanno muovere meravigliosamente, con passi d’arme, gesti violenti di duello accompagnati ritmicamente dal battito dei piedi che simula il rullio dei tamburi di battaglia”.
Ecco, i palermitani che ancor oggi ostentano da “tragediaturi” la loro spavalderia e poi ti puntano con quell’interrogativo-esclamativo “Chi dici?” sembrano avere assimilato e fatto proprio lo stare nella scena di Orlando e Rinaldo, e pare che un filo misterioso dall’alto grottescamente li muova. Non è così? O, meglio, “Chi dici?”.