Negli ultimi giorni non si sono sopite le polemiche sorte dopo l'esito del Gran Premio di Germania e la vittoria “ceduta” ad Alonso dal compagno di squadra Massa. Anzi, per certi versi, le discussioni tra gli addetti ai lavori hanno dato modo a taluni di esprimere alcune idee “innovative”, la più interessante delle quali sarebbe quella di abolire il divieto di ordini di scuderia, sancito dall'Art. 39, Comma 1, del Regolamento Sportivo della F1. Questa la posizione di Ross Brawn, della Ferrari e di Bernie Ecclestone, il padre padrone della massima serie automobilistica. Per altro hanno colpito le dichiarazioni “neutre” del management della McLaren, molto interessata a mantenere buoni rapporti con Maranello dopo le buriane degli anni passati.
Hanno destato particolare effetto le parole di sorpresa di Padre Cristiano Horner, l'asceta austriaco alla guida della Red Bull Racing, il quale ha espresso tutta la propria indignazione (moderata) verso i fatti di Hockenheim, definendo una “vergogna” la questione tra Massa e Alonso. Peraltro, Padre Horner, sacerdote della confessione del Toro di rito energetico, evidentemente ha sofferto di momentanea amnesia, per non ricordare il timido tentativo di “convincere” Webber a far passare Vettel al Gran Premio di Turchia. In quella occasione, il pilota australiano si immedesimò tanto in Bernardo (il muto di Zorro) da non rispondere alle indicazioni di rallentare per eccessivo consumo, tanto da non evitare a Vettel di cadere nella trappola di un contatto. Lodi a Webber/Bernardo che volle diventare Zorro. Zero assoluto a Padre Horner e Vettel, sulla tuta del quale qualcuno potrà aver visto una bella “W” vergata...
Tornando a toni più seri (ammesso e non concesso che il tono serio si addica a questa Formula 1), i peana di Ecclestone perché si abolisca il divieto di ordini di scuderia è pienamente coerente con un campionato iridato in cui ha più importanza il risultato per il pilota “nominato” dalla squadra, per soddisfare questo o quello sponsor importante. Ma dimostra una cecità assoluta ed inspiegabile, se solo si volge lo sguardo ad altre due discipline motoristiche: la GP2 e il Motomondiale.
In GP2 ogni team ha almeno due piloti, spesso in accesa competizione tra loro. Nel clou della battaglia sportiva per il campionato, a nessun team manager verrebbe in mente di “dare ordini” per favorire un pilota a discapito di un altro, senza rischiare di essere mollato su due piedi. Alla fine della fiera, lo spettacolo ne beneficia sicuramente e anzi il problema è opposto, quello di frenare l'eccesso di agonismo in alcuni giovani virgulti dell'automobilismo internazionale, desiderosi di attrarre su di sé l'attenzione dei team manager della F1, considerato che le gare della GP2 si svolgono a contorno dei GP di F1.
Anche nel Motomondiale lo spettacolo è assicurato dal fatto che le squadre garantiscono ai piloti lo stesso trattamento. Il risultato è lasciato alla competizione e viene influenzato prevalentemente dalla capacità dei motard. Nell'affaire Rossi-Lorenzo-Yamaha, la casa giapponese probabilmente accetterà di perdere Valentino Rossi proprio perché non intende accettare il diktat del campione di Tavullia, desideroso del ruolo di prima guida. Ruolo che la casa del Diapason non intende assicurargli, per non dar troppo potere ad un pilota.
Dalla vicenda di Hockenheim sono uscite con l'immagine fortemente ammaccata la Ferrari ed entrambi i piloti. Alonso per quella frase gridata alla radio nelle prime fasi della gara (this is ridiculous!), Massa per essersi fatto superare dal pilota di Oviedo in modo ostentato.
Contrariamente alle opinioni attualmente in voga, gli attori della F1 dovrebbero presto rendersi conto che al campionato iridato andrebbe impresso un “Paradigma Yamaha”, perché al contrario alcuna modifica tecnica o regolamentare sarà sufficiente sufficienti ad incrementare la competizione, lo spettacolo e dunque il seguito degli spettatori, fra i quali serpeggia sempre di più la disillusione di assistere a corse dall'esito scontato, spesso decise già nelle prove di qualifiche. Un danno per la F1, che rischia di essere soffocata dalla politica e dall'eccessivo peso acquisito dal denaro, a discapito dei valori dello sport e della competizione.