Lavoro di squadra, ricerca e studio del mercato. È questa la ricetta anticrisi per il riscatto del vino siciliano emersa nel corso del 16esimo enosimposio di Assoenologi, che si è tenuto fino a ieri presso l’Atahotels di Giardini Naxos, in provincia di Messina.
L’appuntamento annuale dell’Associazione siciliana degli enologi ed enotecnici, guidata da Carlo Ferracane, ha visto quest’anno la partecipazione di numerosi sponsor come l’azienda Garbellotto, l’Imex, la Biotec, l’Enoservice, la Velo Group, A&B Group, Enodoro, Enotek, Ferrari, Vallovin, S.P.E.I.. e la collaborazione con l’Istituto regionale della vite e del vino.
Secondo Dario Cartabellotta, direttore dell’Irvv, sono necessari “punti di riferimento uguali per tutti e pochi importanti concetti di unione che la Sicilia enologica deve prendere in considerazione”.Tra le novità sotto la lente anche quelle introdotte dal decreto legge 61/2010 in merito ad una nuova visione della qualità, del territorio e della relativa certificazione. “L’Istituto sta lavorando alla definizione di mappe e profili sensoriali per il lavoro che faranno le commissioni di degustazione – ha detto il direttore dell’istituto regionale della vite e del vino, Dario Cartabellotta – l’intesa tra IRVV e Assoenologi consente di approfondire con questo approccio le politiche della qualità”.
Giancarlo Moschetti, presidente del corso di laurea in enologia dell’università di Marsala, ha parlato della formazione professionale adeguata, delle novità e del coinvolgimento dei giovani all’associazione. “Non a caso come moderatore dei lavori è stato scelto un giovane enologo, Massimiliano Barbera –ha dichiarato il presidente Carlo Ferracane - quale espressione di apertura e segno di buon auspicio per il futuro dei giovani professionisti”.
Tra le relazioni tecniche quella di Giacomo Dugo, che ha presentato alcuni risultati emersi dallo studio sulla presenza di ammine biogene negli alimenti ed, in particolare, nei vini. “Studiare le ammine del vino è fondamentale per due motivi: il rischio tossicologico associato ad un’ingestione eccessiva di queste sostanze e la possibilità che ci sia una relazione tra il contenuto elevato di ammine, la qualità delle uve usate nella produzione del vino e le condizioni igienico-sanitarie del processo di lavorazione”, ha spiegato.
È stato osservato che l’impiego di fertilizzanti azotati può indurre un incremento del contenuto di ammine. Le ammine volatili possono influenzare l’aroma del vino mentre alcune ammine biogene possono manifestare effetti tossici per l’uomo. La presenza di alte concentrazioni di istamina tiramina e 2-feniletilammina nel vino è stata messa in relazione ad emicrania, nausea, vampate, vomito, problemi intestinali e cardiaci, rash cutanei, forte sudorazione e crisi ipertensive. Sono in atto approfondimenti sul tema a partire dallo studio del termine nella letteratura internazionale a sperimentazioni tecniche per vedere, ad esempio, se nelle singole cultivar le tecniche di coltivazione possono portare a variazione di presenza delle ammine biogene.
Sotto la lente dei ricercatori dell’Irvv, Antonio Scacco e Nicola Guarrera, la caratterizzazione di tre Doc della Sicilia Sud-Orientale: Cerasuolo di Vittoria, Moscato di Noto, Moscato di Siracusa ed Eloro. Uno studio promosso dall’Istituto sulle province di Siracusa e Ragusa che rappresenta un punto di partenza per sviluppare una vera e propria carta d’identità delle produzioni vinicole della Sicilia sud orientale.
È stato il giornalista enogastronomico Fabio Piccoli a presentare la relazione sull’export italiano curata da Stefano Raimondi dell’Ice, Istituto del commercio estero. Dati aggiornati e che lasciano ben sperare. “L’export italiano raggiunge 165 mercati per un valore di 3,5 miliardi di euro e il vino rappresenta il 20%”, ha spiegato l’esperto, “nel 2009 la tendenza ha visto l’aumento dei volumi ma il calo dei valori: siamo all’inizio di una ripresa a cui bisogna adeguarsi con una certa organizzazione”.
Ma i numeri non finiscono qui. Le esportazioni in valore dei primi tre mesi del biennio 2009/2010 passano da 320 a 372 milioni di euro. L’area dei Paesi terzi è la prima a reagire alla ritrovata crescita dei consumi del primo trimestre. “In questo contesto la situazione siciliana risulta anomala e contraddittoria”, ha precisato Piccoli, “registando un aumento dell’export al di sotto dell’1%. Ma la tendenza va modificata attraverso una polarizzazione della domanda verso i prodotti della fascia di alta qualità e anche della fascia media veicolati attraverso la Gdo”.
Un approfondimento sulla maturazione e la conservazione dei vini rossi, i primi risultati del progetto di valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani, l’identikit della filiera vitivinicola, sono stati gli argomenti principali trattati nella seconda giornata di lavori. “L’attenzione del dipartimento di ingegneria tecnologica agro forestale dell’università di Palermo mira ad una ricerca in grado di scoprire nuove informazioni sulla struttura delle molecole dei tannini e dei loro derivati”, ha spiegato Onofrio Corona, docente dell’ateneo palermitano, “per capire cosa avviene durante il processo di microossigenazione per giungere un metodo corretto di maturazione del vino con stabilità di colore dei vini rossi nel tempo”.
Vito Falco, dirigente dell’Unità operativa specializzata di Marsala, ha presentato i primi risultati del progetto di “Valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani” realizzato dall’Assessorato delle Risorse Agricole e alimentari della Regione Siciliana. Un programma di lavoro che mira al recupero, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio ampelografico siciliano e al miglioramento genetico. “La prima fase del progetto, dal 2003 al 2005, ha visto la creazione di un campo sperimentale, con l’avvio di osservazioni per la caratterizzazione di 32 presunti cloni, relativi a 13 delle principali varietà siciliane”, ha detto, “dal 2008 è stata avviata la seconda fase di caratterizzazione dei biotipi, ancora in corso di svolgimento”.
I dati raccolti hanno permesso di verificare la presenza di omonimie e sinonimie all’interno del materiale selezionato e di ipotizzare uno stretto legame genetico tra i vitigni Grecanico, Inzolia, Nerello Mascalese, Nero d’Avola, Grillo e Catarratto. “Sino ad oggi è stato possibile segnalare circa 50 “vitigni antichi””, ha proseguito l’esperto, “la tappa successiva sarà la presentazione, al Ministero delle politiche agricole e alimentari, dei dossier per l’omologazione di 9 cloni di vitigni autoctoni”. Inoltre, il Vivaio Paulsen curerà la conservazione in purezza, sia genetica che sanitaria, del materiale omologato, provvederà alla premoltiplicazione dei cloni meritevoli di diffusione, da cui poi produrre materiale di base da destinare ai vivaisti.
A fornire un quadro completo ed aggiornato della filiera vitivinicola e delle imprese siciliane è stato Mario D’Amico, docente universitario di economia aziendale. L’elaborazione dei dati della rete FADN, utilizzata dalle istituzioni dell’Ue per analizzare lo stato e le evoluzioni intervenute nei comparti agricoli comunitari, ha permesso di mettere in evidenzia tassi di crescita non indifferenti (+55,2%) dei profitti delle imprese vitivinicole della nostra regione, dall’introduzione della moneta unica sino all’ultimo anno di riferimento disponibile (2002-2007). "La dinamica dei profitti per la Sicilia evidenzia tassi di sviluppo molto superiori a quelli di altri Paesi nostri competitor", ha precisato l'esperto, "tuttavia, tali tassi di crescita non evidenziano, ancora il notevole ritardo in valore assoluto della redditività delle imprese siciliane rispetto a quelle di gran parte dell’Ue".
Per questo, secondo D'Amico, è indispensabile riuscire a comprendere che se le azioni di marketing risultano quasi impossibili per imprese caratterizzate da un’elevata artigianalità delle produzioni e dimensioni tecnico-economiche e finanziarie limitate cosa ben differente è puntare sulla comunicazione di un marchio di qualità da parte di soggetti Istituzionali, Associazioni di produttori, Consorzi di tutela.
"Tali azioni se ben coordinate e sviluppate possono contribuire a creare una immagine corretta dei prodotti ai consumatori", ha precisato l'esperto. Che ha concluso: "Piani e progetti di comunicazione andrebbero supportati dalle istituzioni, per riuscire a competere in un mercato globale indirizzato ad un prodotto di qualità".